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| Il Rifugio Grassi al Camisolo |
Questo mercoledì mi ritrovo da solo. Gino è acciaccato ed Ezio ha un impegno con un caro amico che non se la passa bene. Arrivo a chiedermi se abbia senso pubblicare la mia uscita solitaria e mi rispondo così: dove sta scritto cosa abbia o meno senso tra tutte le cose che facciamo nella vita? C'è un prontuario che risponda a questa domanda? Ovviamente no e quindi, eccomi qua a condividere con chi vorrà leggere.
Se c'è un'uscita che non mi ha mai deluso è la salita al Rifugio Grassi da Biandino in questa stagione, quando la neve si è assestata ma è ancora abbondante su quel versante esposto a nord-ovest, al riparo dai primi soli primaverili. I rifugisti del Grassi tengono aggiornate sul loro sito le condizioni delle vie di accesso; da Biandino, affermano, c'è una bella traccia "portante". Bene, però ci sono ancora un paio di cosette da mettere a fuoco: il meteo e la strada. Negli ultimi giorni ha tirato sempre vento ma per domani è previsto in calo e mi fido. Circa la percorribilità della strada invece, bisogna fare i conti con l'annosa questione se sia aperta o meno al traffico privato, fin dove, con quali regole. Chiedo informazioni aggiornate al mio amico Gemini (sì, ormai ci diamo del tu) che smorza le mie speranze di salire in moto fino al secondo ponte come ho fatto tante altre volte. Cita una nuova ordinanza del comune di Introbio del 2024, molto più restrittiva delle precedenti e fatta osservare da guardie municipali e carabinieri forestali.
Va bene. Mi sorbirò la noiosa salita da Introbio e dove arrivo arrivo. Senonché, al telefono, Ezio mi dice che un suo amico ci è stato recentemente e l'ordinanza è stata revocata. E adesso di chi mi devo fidare? Alle 8 sono alla stanga, do una rapida occhiata e, a parte i vecchi cartelli di divieto che stan lì da decenni, non vedo nulla per cui tiro dritto e, in men che non si dica, sono al secondo ponte lasciandomi alle spalle tutti i dubbi. Per salire alla Bocca di Biandino ci sono due itinerari che scorrono paralleli sui due versanti della valle percorsa dal torrente Troggia: a sinistra il sentiero e a destra la carrozzabile. Decido per il sentiero, almeno in salita, e lascio la strada, meno "agreste" ma più confortevole, per il ritorno.
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| Pozza ghiacciata |
A dispetto delle previsioni, per ora il vento tira ancora forte e gelido. Però oggi le gambe vanno quasi da sole e raggiungo presto le Baite della Scala; alla Bocca di Biandino manca davvero poco!
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| Baite della Scala |
Nei pressi del rifugio Valbiandino calzo i ramponcini e mi avvio verso la seconda parte della salita, quella più "gustosa". Il sentiero serpeggia ora nel bosco fino a sbucare improvvisamente a lato della Casa Alpina Pio X. La struttura, di proprietà dell'Oratorio di Lecco, è nata oltre 100 anni fa per ospitare nei mesi estivi i gruppi oratoriali ed è dotata di una vera e propria chiesa consacrata dal Cardinale Schuster.
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| La Casa Alpina Pio X |
Da qui inizia la parte più bella e affascinante dell'escursione che, d'inverno, dimenticando l'invisibile sentiero sepolto sotto il manto nevoso, si snoda su un percorso intuitivo seguendo l'estro dei primi tracciatori stagionali. Arrivati ad aprile, complici i molteplici passaggi e il freddo ancora intenso, la traccia "portante" risponde fedelmente alla descrizione dei rifugisti. Il vento spira ancora forte e alcune folate provano a spostarmi di peso e a gettarmi a terra. Mi ritrovo a immaginare per un momento cosa voglia dire affrontare, in condizioni anche peggiori e senza adeguati equipaggiamenti, le forze della natura in situazioni e a quote ben più ostiche di queste: brrrr!
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| La parte terminale della salita verso la Bocchetta di Camisolo |
Incrocio un paio di escursionisti in discesa poco prima di raggiungere la Bocchetta di Camisolo. Supera, seppur di poco, i 2000 metri e si affaccia sul versante bergamasco dove sorge il Rifugio A. Grassi.
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| La Bocchetta di Camisolo vista dal rifugio Grassi |
Questo rifugio ha un posto speciale nel mio cuore. Mio padre, che ne era ispettore per conto della SEL (Società Escursionisti Lecchesi), mi ci portò molte volte fin da bambino. Ricordo ancora l'odore del legno, la cameretta piccola piccola con le cuccette, le uscite notturne con la pila a esplorare i dintorni, le sveglie all'alba per salire al Pizzo. Momenti indelebili cui se ne aggiunge uno più recente, venuto anni dopo, quando vi trascorsi una memorabile veglia di Capodanno con quelli che sono poi divenuti i miei "amici di Calolzio". Tra di loro, assente quel giorno, si nascondeva Flavia, che sarebbe poi divenuta mia moglie.
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| Il rifugio Grassi con il Pizzo dei Tre Signori |
Chiuso il capitolo dei ricordi, torno al presente che è sempre freddo e pungente. Faccio una breve sosta per sorseggiare il consueto tè caldo e riparto immediatamente. Se in salita le gambe "andavano", in discesa "volano" e in breve sono di nuovo a Biandino. Qui mi si aprono tre possibilità: mettere le gambe sotto i tavoli del rifugio Valbiandino, sotto quelli del Tavecchia o portarle sui prati dove riposa l'amico Cecco, poco oltre nella valle. Opto per Cecco anche perché, dovessimo incontrarci in una prossima vita e conoscendo il suo bel caratterino, non ci penserebbe due volte a cicchettarmi: "Eri qui a due passi e...".
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| Cecco digiuna ma vigila sul Pizzo |
Tiro fuori i miei panini. Gliene offro, ma non mi dice né sì né no e me li sbafo entrambi volentieri al sole. Torno per la strada, come preventivato, e l'anca destra mi lancia qualche segnale di fastidio. Ma non è la prima volta e non le do retta più di tanto.
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