Cresta della Giumenta
Un paio di anni fa, durante uno dei nostri vagabondaggi del lunedì sul lungolago di Lecco, io e Gino incrociammo una scolaresca di mocciosi dell'asilo (o come si dice oggi, scuola dell'infanzia) guidati dalle loro maestre (o come si dice oggi, educatrici). Procedevano tenendosi per la manina a due a due. Uno di questi angioletti puntò gli occhi su Gino e gli disse: "Ciao nonnino!".
Gino non se ne accorse neppure, impegnato com'era al telefono con la sua Carmela. Quando più tardi glielo raccontai, incassò il colpo e ci facemmo una risata. Che c'entra questo con la Cresta della Giumenta? C'entra eccome, perché nel frattempo nonno lo è diventato per davvero e nei giorni scorsi si è precipitato (si fa per dire) dal nipotino che però sta in Islanda. Ieri è tornato ma, non è chiaro se per lo stress del viaggio o per lo shock della "nonnitudine" (ho controllato, il termine esiste ed è appropriato), ci dà forfait. E naturalmente Athos con lui.
Questo ci spalanca le porte per itinerari dove le quattro zampe difficilmente si troverebbero a loro agio. Ezio mi fa sapere che ha letto di gente che ha tribolato per via della neve molle e pesante di questi giorni e allora voleremo basso, lontano da nevi marce e balorde. Mi ricordo di questa Cresta della Giumenta, della quale ho una vaga memoria risalente agli ultimi anni Ottanta, e la propongo a Ezio: approvata.
Alle 8.30 siamo a Erve e ci incamminiamo verso il sentiero San Carlo che ci condurrà alla Capanna Monza. Lungo il percorso si incontrano numerose vasche naturali formate dal torrente Galavesa. Il passaparola dei social le ha pubblicizzate a tal punto che Erve è stata letteralmente presa d'assalto durante le ultime estati, creando non pochi problemi logistici dovuti al sovraffollamento. Oggi il sentiero e le vasche sono deserti, se si esclude un nostro coetaneo che ci raggiunge e ci "svernicia" a testa bassa: un fenomeno! Lo ritroviamo poco dopo alla Capanna Monza in compagnia dei due giovanissimi rifugisti. Sarà la posizione, invero non felicissima, ma questo rifugio mi ha sempre messo tristezza. Boh!
Saliamo al Pass del Fò e alla caratteristica cappella piramidale dedicata ai caduti della montagna che si affaccia su Lecco. Poco sotto sorge il Baitello del CAI di Calolzio, nei cui pressi parte il sentiero attrezzato per la cresta. Pare che il nome sia dovuto alla sua forma arcuata, ben visibile da Lecco, che ricorda la schiena di una giumenta. Al baitello ci raggiungono due ragazzi, lui e lei, che al nostro "ciao" rispondono "buongiorno". Gli faccio notare che è come mettere nero su bianco tutta la differenza d'età e lui, mentendo, mi assicura che dà sempre il buongiorno a tutti. Sì, come no!
La palina segnaletica dice "Magnodeno 1.30": ci sembra parecchio, ma deve essere così. Partiamo quindi per la cresta incontrando un breve tratto di neve, marcia come previsto. Cominciano le catene e ci issiamo cercando di usarle il meno possibile. A parte un lungo caminetto in ombra, le rocce sono asciutte e procediamo con passo sicuro fino alla Cima del Fò, presidiata da una piccola croce. Da lì è un susseguirsi di saliscendi, in parte attrezzati, lungo i quali troviamo un gruppetto di candidati al "buongiorno" che percorrono la cresta in senso inverso. Cianciano di un risotto all'ossobuco che fatichiamo a inquadrare, finché ci spiegano che è il menu del giorno al Bivacco del Magnodeno.
Quando lo raggiungiamo guardiamo l'orologio: un'ora e mezza esatta! Il bivacco è affollato e di metterci in fila per il risotto non se ne parla. Io ho i miei panini, uno salato e uno dolce; Ezio, che è un salutista, tira fuori barrette e frutta secca. Gli propongo un bel caffè e, derogando ai suoi sani principi, accetta anche il "rimorchio". Dentro il bivacco regna l'anarchia e non si capisce chi venda e chi compri, chi serva e chi consumi. Comunque, con un po' di buona volontà e sorvolando sull'eleganza dei modi, portiamo a casa il risultato: due caffè e due Montenegro da consumare rigorosamente fuori perché dentro non c'è posto neanche in piedi. A scanso d'equivoci e battute a parte, tanto di cappello a questi volontari ai quali va tutta la nostra simpatia.
Scendiamo per il sentiero che percorre la dorsale sopra Lecco perché lo reputiamo più interessante e vario, sebbene un po' più lungo di quello percorso la volta scorsa. Ci colpisce l'esagerata quantità di primule che diventano via via più numerose man mano che ci avviciniamo al paese; alcuni enormi cespi contano decine e decine di fiori.
Per le vie notiamo diversi pupazzi realizzati con vasi di coccio: sono caratteristici di Erve e donano un tocco di colore e di allegria a questo borgo, altrimenti abbastanza grigio a dispetto del ben noto attaccamento dei suoi abitanti.
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