Cima della Rosetta
Conosco bene questa montagna: le butto l’occhio ogni volta che passo dal fondovalle morbegnese. Il nome evoca la ben più celebre e impegnativa Cima Rosetta di San Martino di Castrozza, salita vent’anni fa con moglie, figli piccoli e uno squadrone di "coloriti" alpinisti del CAI di Calolzio.
Partiamo dal Rifugio Bar Bianco, sopra Rasura, ancora ferito dall'esplosione dello scorso anno. Lo troviamo tra i ponteggi e sotto una gru; sembra proprio che i proprietari stiano cogliendo l'occasione per un restyling radicale. Risaliamo i prati ripidi alle spalle del rifugio, tra baite ormai deserte dopo la stagione degli alpeggi, puntando dritti alla croce.
Qui, su una pendenza "da capre", arriva la sorpresa: Gino ha le ali ai piedi. Merito di un nuovo dosaggio del farmaco per la pressione, ci spiega lui, mentre noi stentiamo a credere ai nostri occhi: non solo tiene il passo, ma si mette in testa a tirare per fare il vuoto. Un po’ per orgoglio, un po’ per curiosità, lo talloniamo stringendo i denti.
Risultato? Non sono ancora le undici e siamo già in vetta, sotto un cielo di un blu purissimo. Ci raggiunge una ragazza (dai venti ai sessanta lo sono tutte) che, per piglio e parlantina, sembra l'unica in grado di sfidare il Gino "versione dopata" di oggi. La lasciamo ai suoi pensieri e scendiamo verso il lago Culino, dove trasformiamo i dossi del terreno in comodi sedili per dare fondo ai panini.
Sulla via del ritorno indico ai soci quelle che sembrano baite diroccate e senza tetto. In realtà, osservando bene la trave centrale, si capisce che sono "Mura di Bitto": strutture dove i malgari montano coperture mobili con i teli. In una si vede ancora il focolare per la cagliata.
Su quante cose lasciamo cadere uno sguardo distratto senza vederle davvero o, peggio, vedendo senza capire? Pensieri che accompagnano i nostri ultimi passi...
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