Monte Palanzone e Rifugio Riella

Anche il Monte Palanzone si presta ottimamente alle uscite invernali, quando le temperature si abbassano e le giornate si accorciano. Il versante orientale, in particolare, gode di un’esposizione al sole che, se in estate può risultare letale, in questa stagione si rivela quanto mai gradita. Con queste premesse, su proposta di Gino, saliamo all’Alpe del Viceré per dare inizio al nostro assalto.

La prima parte ricalca il tragitto verso la Capanna Mara, già percorso per il Monte Bollettone. Questa volta però, giunti alla Bocchetta di Lemna, tiriamo dritto verso nord seguendo le indicazioni che stimano il Palanzone a circa un’ora di cammino.

Usciti dal bosco alla Bocchetta di Palanzo, ci attende un lungo crinale prativo solcato da un ripido sentiero. Il fondo argilloso, reso umido dalle brinate notturne, aderisce implacabile alle suole formando uno zoccolo instabile e scivoloso. Ovviamo al problema tenendoci il più possibile sul bordo erboso, che ci garantisce un grip decisamente migliore. In cima ci accoglie la particolare Cappella Votiva a forma piramidale che rende inconfondibile questa vetta. Tra i pochi escursionisti spicca un ultraottantenne milanese: la sua sola presenza è una sfida silenziosa che ci invita a non mollare e a perseverare negli anni.

Puntiamo ora al Rifugio Riella. Ci sfugge il sentiero che scende diretto dalla vetta, il che ci costringe a un giro un po' più largo. Niente di drammatico: con un "taglione" per i prati scendiamo al Cippo Marelli e, al crocevia, imbocchiamo il sentiero per il rifugio. Dopo pochi passi scorgiamo l’ingresso della Grotta Guglielmo, protetto da una grata. È un antro con una lunga storia di esplorazioni che sprofonda nel sottosuolo per centinaia di metri; un luogo affascinante ma severo, che nel 1965 costò la vita a un giovane speleologo.

Il Rifugio Riella, storica struttura del CAI di Como, appare oggi un bisognoso di una bella rinfrescata. Lo oltrepassiamo proseguendo verso la Capanna Mara, tentando una deviazione nella speranza di evitare un'antipatica risalita. Lungo il percorso incrociamo due trialisti che, con notevole perizia, lottano contro il fango del sentiero.

Nel tratto finale verso l'Alpe del Viceré, ci stupiamo di non vedere più il colatoio di ghiaccio che ricordavamo attraversare la mulattiera: ci pare incredibile che sia sparito così in fretta. Il mistero si scioglie solo ora, a tavolino, ricontrollando foto e traccia Komoot: il colatoio "scomparso" si trovava semplicemente nel tratto di sentiero che avevamo saltato con la nostra maldestra deviazione.

Per il pranzo optiamo per il ristorante "Da Leon". Siamo gli unici avventori e veniamo serviti dal titolare che, tra una portata e l'altra, siede ad un tavolo vicino per una chiacchierata tra amici. Chiudiamo in bellezza concedendoci un bicchierino di Genepì.

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