Pizzo Bello
Con un nome così, come si fa a resistere? In realtà il Pizzo Bello è un pretesto che nasconde un altro fine: andare a vedere la baita di Oreste Forno e magari incontrarlo.
Ho "conosciuto" l'Oreste per caso, girando tra i filmati di YouTube con mio figlio Riccardo nel "tempo dell'una". Ha un passato di alpinista himalaiano, è stato custode di una diga e ora, passati i settanta, si gode la baita che ha eletto a centro del suo mondo e dalla quale partono buona parte delle avventure che condivide in rete. Mi avevano colpito e incuriosito, forse più delle esperienze narrate, il suo modo gentile e pacato di esporle, in netto contrasto con i toni roboanti ed eccitati che animano i canali di comunicazione contemporanei. Ne avevo parlato a Gino ed Ezio e oggi è venuto il momento di andare a curiosare da quelle parti.
La sua baita si trova a Vignone, alpeggio sopra Buglio in Monte e punto di passaggio quasi obbligato per la salita al Pizzo Bello. Bisogna salire fino a Prato Maslino, dove la strada finisce. Siamo in un vasto alpeggio che in questa stagione è semideserto: è infatti il primo dei tre della zona, il più basso, e in luglio la mandria è già salita a Vignone.
Navighiamo a vista e ci lasciamo ingannare da un sentiero evidente che però termina nel nulla. Improvvisiamo una discesa nel bosco verso la traccia di Komoot e riprendiamo la retta via. Dopo un’oretta emergiamo dalla pineta e avvistiamo le baite di Vignone, tra le quali riconosco quella del nostro uomo. In breve la raggiungiamo, ma del padrone di casa non c’è traccia. Mi industrio a lasciare un messaggio su un bigliettino di fortuna e ci rimettiamo in marcia. Ci lasciamo alle spalle la mandria dopo aver scambiato due parole con i pastori; il più giovane ci informa che a Prato Maslino, in una malga presidiata dalla madre, potremo trovare i loro formaggi d’alpe.
Ora puntiamo a Baric, il terzo e ultimo alpeggio, dove le bestie saliranno tra un paio di settimane. Quando vi approdiamo, la vista si apre sul Pizzo che appare ancora lontano, più di quanto vorremmo: ci vorrà un’altra buona ora. Valutiamo se deviare verso il Lago Scermendone per risparmiarci un po' di fatica, ma l’orgoglio ci spinge a non desistere e manteniamo la rotta.
In vetta tiriamo il fiato e sbraniamo i panini. Il tempo non è amico e il sole non si fa vedere; anche il Disgrazia ci si nega, immerso in una fitta nuvolaglia grigia. Sono quasi le tre quando scendiamo lungo l'itinerario di salita. La baita di Oreste è ancora deserta ma, proprio mentre stiamo per lasciarcela alle spalle, individuo in lontananza una figura che sale a torso nudo con un grande zaino. L’ho visto troppe volte nei suoi filmati per non riconoscerlo.
Quando ci raggiunge gli raccontiamo ogni cosa: come lo abbiamo conosciuto, la salita al Pizzo Bello dove lui è di casa, la storia del nostro gruppo. Ci offre un caffè caldo e chiacchieriamo a lungo prima di lasciarlo alla sua "beata solitudo". In un mondo nel quale spesso non si capisce "chi ci è" e "chi ci fa", ce ne andiamo con la sensazione di aver incontrato un uomo genuino, coerente con l’immagine e la filosofia che i suoi video provano a trasmettere.
Potremmo considerarci soddisfatti: abbiamo messo in carniere la cima e conosciuto Oreste. E invece, tornati a Prato Maslino, ci mettiamo alla ricerca della famosa malga dei formaggi. La signora se ne sta al sole, che nel frattempo ha rotto le nuvole, e ci apre le porte del suo piccolo spaccio. Per buona misura ci offre il secondo caffè della giornata. Ecco, ora possiamo proprio mettere il punto.
P.S.: 1240 metri di dislivello non è che li facciamo tutte le volte neh!
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