Monte Venturosa

Se mi chiedessero di definire questa salita con una sola parola sceglierei "emozione".

Ho un lontano ricordo di questo monte, risalente a una decina di anni fa, quando salii da solo in una giornata di fine novembre. Un paio d'anni prima mi trovavo dalle parti del Rifugio Gherardi con Flavia e i nostri amici Sandro e Lina; avevamo affrontato in moto la Val Taleggio, scollinando alla Culmine di San Pietro. Ricordo ancora il freddo...

Di fronte a noi, dall'altra parte della valle, cime sconosciute; chiediamo informazioni a un anziano escursionista che sentenzia: Cancervo e Monte Venturosa. Mi riprometto che prima o poi...

Oggi ci sorbiamo di buon mattino la Val Brembana, raggiungiamo e oltrepassiamo Brembella, e lasciamo l'auto nei pressi dell'imbocco del sentiero per il Venturosa. Poco distante parte anche il sentiero per il Cancervo che ci consentirebbe di concatenarli entrambi, ma non sappiamo bene com'è l'innevamento e non vogliamo complicare troppo le cose.

La prima parte della salita non offre granché di eccitante; la solita mulattiera che sale nel bosco e che poi si fa sentiero, macinando circa 600 metri di dislivello. Poi, d'improvviso, sbuchiamo al Passo di Grialeggio e tutto cambia. A sinistra il Cancervo, a destra il Venturosa; entrambi coperti da una spessa coltre di neve che ovatta il paesaggio, addolcisce ogni asperità e, immacolata, ci invita. Nessun sentiero da seguire: solo una tela bianca da ricamare con i nostri passi, seguendo una linea ideale dettata dall'istinto e dall'intuizione. Mi viene in mente questa espressione: "la bellezza dell'estetica".

La neve ha avuto il tempo di consolidarsi e ci sorregge senza cedimenti. Passiamo oltre le Baite del Giacom e Venturosa, semisommerse, e quindi affrontiamo la parte terminale che si snoda in cresta, su gobbe che imprimono decisi cambi di ritmo. La croce, "baffuta" di neve, ci accoglie in cima proprio mentre un aliante ci sorvola. La giornata è tersa e la vista spazia dal Resegone al Sodadura, dalle Grigne al Pizzo.

Non si vorrebbe mai scendere, ma viene il momento di ripercorrere la traccia con la quale abbiamo inciso il nostro passaggio. Di nuovo alla cappelletta del Passo, ci concediamo un po' di ristoro. Contempliamo di fronte a noi la ripida discesa dal Cancervo; ora reca i segni di passi che abbiamo lasciato ad altri, nel frattempo spariti chissà dove.

Quasi al termine del sentiero fotografo, baciato dal sole, un baitello col suo prato che già comincia a inverdire, del tutto ignaro della bellezza che lo sovrasta.

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