Cimone di Margno
Ecco un altro mercoledì in cui tocca inventarsi qualcosa da fare. Ezio è preso dai suoi impegni, così io e Gino decidiamo di puntare al Cimone di Margno, partendo da Crandola.
Nella mia memoria, il Cimone è indissolubilmente legato ai racconti di scialpinismo di una volta — quando la neve non si faceva pregare — e alle tante sciate all'Alpe di Paglio con l'amico Adriano. Ora è divenuta una meta per tranquille ma sempre appaganti escursioni.
La salita autunnale da Crandola è un vero spettacolo cromatico: ci inoltriamo tra i larici che iniziano a fiammeggiare, risalendo i vari alpeggi fino a sbucare sotto al Pian delle Betulle. Giunti all'Alpe Grasso teniamo la destra, puntiamo all'Alpe Ortighera e proseguiamo verso la località dal nome evocativo di "Lares Brusaa" (Larice Bruciato). Da qui il sentiero invita a proseguire verso il rifugio Ombrega o il Santa Rita, ma noi, con una decisa inversione a U, puntiamo dritti alla vetta del Cimone, che conquistiamo dopo una mezzoretta.
La giornata è limpida e vuole essere fotografata. Iniziamo la discesa lungo il tracciato di un vecchio skilift ormai dismesso e poi sull'unica pista superstite che scende alle Betulle. C'è ancora qualche chiazza di neve: quel tocco di bianco che, come dico sempre, aggiunge quel "non so che" a ogni panorama.
Sappiamo già dove portare le gambe: sotto i tavoli del Barettino del Decio. Una vera garanzia, nonché l'ultimo baluardo della zona a restare aperto in ogni stagione. Lunga vita al Barettino!
Rinfrancati dal pranzo, attraversiamo i Piani verso la funivia per poi calare nuovamente all'Alpe Grasso e chiudere l'anello. Ma, tra una foto e l'altra, ci scappa l'imprevisto: dimentico gli occhiali su un masso a bordo strada. Mi impongo sempre di fare il "check" prima di ripartire, ma evidentemente il sistema ha dei bachi. Con un po' di buona volontà (e di gamba supplementare) riesco a recuperarli. Chiudiamo la giornata con 13 chilometri e 1000 metri di dislivello nel carniere. Niente male per un mercoledì qualunque!
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