Albergo Pequeno e Rifugio Ratti-Cassin ai Piani di Bobbio

Guardando dal fondovalle della  Valsassina verso lo Zucco Orscellera, si nota alla sua base una grande costruzione; da lontano, richiama l'immagine di un bell'albergo posto in posizione strategica e panoramica, ma parecchio decentrata rispetto al cuore dei Piani di Bobbio, ai suoi rifugi e agli impianti di sci.

Mosso dalla curiosità, propongo ai soci di andare a vedere di che si tratta. Ci muoviamo dal Cimitero di Barzio e cominciamo a salire in quello che si rivelerà essere un viaggio "archeologico". Dapprima incappiamo nei resti, abbandonati nel bosco, di macchinari da cantiere che fatichiamo a identificare; la targa apposta su uno di essi fa risalire l'anno di fabbricazione al 1944. Poco oltre scorgiamo il traliccio di uno skilift; delle pulegge giacciono a terra. Ci guardiamo attorno: il bosco è fitto e fatichiamo a convincerci che di qui un tempo passasse un impianto di risalita.

Usciamo all'aperto nel verde delle baite di Masone, a circa 1100 metri, dove pascolano alcune vacche con i loro vitellini. Dopo un altro traliccio, raggiungiamo quella che sembra essere la stazione di monte dell'impianto. Cercando in rete, scopriamo che si tratta della stazione intermedia della seggiovia monoposto che da Barzio saliva all'Albergo Pequeno, la nostra meta. Prima di raggiungerla abbiamo modo di osservare da vicino le esercitazioni di un velivolo dell'elisoccorso, con tanto di calata e recupero di operatori tramite verricello.

Quando finalmente lo raggiungiamo, l'edificio si rivela essere ormai un rudere, ricovero per le capre. All'interno troviamo di tutto. Nessuno ha pensato di bonificarlo e, una volta "tagliato fuori" dalla nuova cabinovia, è stato abbandonato al suo destino.

Non è tardissimo e io ed Ezio decidiamo di "conquistare" lo Zucco Orscellera, mentre Gino e Athos scelgono la via più comoda per i Piani di Bobbio, dove ci ricongiungeremo. Lo Zucco sembra lì e lo affrontiamo di petto, ma sono pur sempre altri 250 metri di dislivello e arriviamo su con la lingua di fuori. Dopo le capre, le pecore: un bel gregge pascola sulla sommità e si lascia fotografare volentieri.

Facciamo un largo giro verso il Rifugio Lecco, senza raggiungerlo, e poi scendiamo al Rifugio Ratti-Cassin. Gino ed Ezio conoscono il gestore e si intrattengono con lui discutendo di Malgrate, Valmadrera e beghe politico-amministrative delle quali mi disinteresso, preferendo concentrarmi sui pizzoccheri.

La discesa lungo il sentiero verso le Baite di Nava è senza storia e, soprattutto nel primo tratto pietroso, abbastanza tediosa. Siamo su quella che una volta era la pista da sci che scendeva in paese, ma oggi è raro poterla percorrere fino in fondo e, comunque, non viene più battuta. La strada si addolcisce un po' nel tratto terminale e, dodici chilometri e mille metri dopo, chiudiamo il giro.

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